Terzani ultimo amor

«Finirai per trovarla la Via, se prima hai il coraggio di perderti», il giornalista e scrittore fiorentino Tiziano Terzani così coglieva l’essenza della vita per regalarla al mondo in parole semplici, in uno dei suoi più celebri libri Un altro giro di giostra, Longanesi, 2004.

Di umili origini, nato nel quartiere popolare di Monticelli a Firenze, intraprese la carriera di giornalista « perché alle corse podistiche arrivavo sempre ultimo ». In realtà, invece di una scelta per esclusione, è stata la sua instancabile curiosità, il coraggio, la tenacia e sensibilità che lo portarono inevitabilmente a viaggiare e raccontare ciò che vedeva.

Ha vissuto gli strazi della guerra, esplorato terre lontane, soprattutto in Asia, lottato per ideali di pace e uguaglianza, in costante cammino alla ricerca della conoscenza; cammino che ha terminato in un piccolo borgo dell’Appennino Pistoiese, l’Orsigna. Un luogo intimo e dall’atmosfera serafica, lontano da tutto ma più vicino all’universo, di grande ispirazione per chi sapeva osservare la vita e sviscerarne i suoi aspetti più fondamentali.  

Libro Tiziano Terzani
Il libro Lettere contro la guerra, Longanesi, 2002; raccolta di alcune sue lettere pubblicate sul Corriere della Sera in seguito agli attentati dell’11 settembre.

Il giovane Tiziano veniva in questi luoghi accompagnato dalla famiglia per respirare aria salubre e curativa, essendo di salute cagionevole; vi ritornerà spesse volte durante la sua vita, una sorta di rifugio sicuro dove trovare conforto e tranquillità.    

«L’Orsigna l’ha trovata mio padre […]. Si era iscritto a quella che si chiamava l’università popolare, che non era un’università, era un club per fare gite. La domenica con un autobus andavano di qua e di là e con una di quelle gite negli anni Venti lui, giovanissimo e operaio, arrivò per la prima volta in questa valle. […] ero spesso malato, avevo “le ghiandoline” e la carne di cavallo non mi bastava più. «Questo ragazzo ha bisogno d’aria buona, d’aria pulita» disse il medico». Estratto dal libro La fine è il mio inizio, Longanesi, 2006.

Orsigna è un piccolo paese di circa 80 anime incastonato tra le montagne dell’Appennino pistoiese, al confine con l’Emilia. Il nome trae origine dal fiume che lo attraversa e forma la splendida vallata che nel periodo autunnale in particolare, grazie alle calde tonalità cromatiche, regala uno spettacolo ripetibile in pochi luoghi della terra. Un paesaggio che sembra prender forma grazie alla mano di un pittore, variopinto come i più famosi quadri impressionisti.

Monti Orsigna

«Da Orsigna non ci si passa, per andarci bisogna volerlo» come egli stesso asseriva.

L’area fa parte del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano ed è ricoperta da estesi castagneti da frutto, tanto che la lavorazione della castagna ha rappresentato un importante attività per le popolazioni di questa zona. L’ambiente è costituito da rilievi montuosi, fra cui il monte Orsigna, con vette che oltrepassano i 1500 metri di altitudine, che salendo di quota vedono sostituirsi bellissime faggete ai castagneti, che poi lasceranno spazio in prossimità del crinale a verdeggianti praterie cacuminali. La catena montuosa costituisce spartiacque naturale tra la provincia di Pistoia e quella di Bologna; fu area doganale ai tempi del Granducato di Toscana, frequentata da pellegrini, viandanti, pastori, carbonai e animata dalle scorribande dei briganti che cercavano di eludere i controlli della dogana.

Luoghi dove il tempo sembra essersi fermato e cari al giornalista-asceta: qui riprese il cammino della sua ultima parte di vita, quella legata alla malattia. Un cammino più spirituale e introspettivo, importante per affrontare il male che lo colpì, un tumore all’intestino, e lo portò alla morte nel luglio 2004.

Nei mistici boschi dell’Orsigna ritornava ad essere quel viandante alla ricerca della verità, di una verità che però non si cela dietro accadimenti e circostanze, bensì dentro l’anima. Amava camminare per quei boschi e in compagnia di suo figlio e i nipotini, ai quali piaceva svelare l’anima del mondo.

Un enorme ciliegio, posto su una sommità e luogo da lui prescelto per meditare dove lo sguardo poteva spingersi libero verso l’infinito, è ad oggi un contributo a lui intitolato e nominato L’albero con gli occhi: il grande scrittore incollò sul maestoso tronco degli occhi di plastica, per far capire al nipotino che anche gli alberi sono essere viventi e in quanto tali debbono ricevere amore  e rispetto.

L’inizio della sua vita è stato anche la sua fine, concetto circolare che riprende anche nel suo ultimo libro La fine è il mio inizio: un viaggio ad anello che ripercorre le tappe della sua vita cogliendo l’essenza della vita stessa, le sue ultime parole raccolte e scritte a quattro mani con suo figlio Folco e pubblicate dopo la sua morte.

Penna e scatti di Benedetta Perissi

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