Ancora tu? ● Donne fuori traccia

“…ma non dovevamo vederci più?”

E invece eccomi lì. Pochi passi su un sentiero e chi t’incontro? Me stessa. Sì, me stessa quattro anni fa. Certo, questa versione è più alta, più mora, secondo me anche più bella ma ha gli stessi occhi velati.

Non è mica tristezza, io lo so bene. Quella si lava via, le donne poi sono bravissime a farla scivolare: in mille lacrime, in una telefonata, nel rumore di un paio di tacchi mentre accelerano il passo, in fondo a un bicchiere di vino. No, no quello è un velo da sposa che è scivolato fino a terra, per volontà, necessità o accettazione poco importa; è un velo di trucco su un dolore, che si copre peggio di quanto riesca il correttore con le occhiaie; è l’ultimo velo di una garza, quello con cui si è fasciata a lungo una ferita. L’ultimo da togliere.

Mi sente parlare di corsa e iniziamo a chiacchierare. Le dico che non correvo da quando ero ragazzina, che ho ricominciato perché soffrivo e volevo fermare un dolore: #rununtilthepainstops era il mio motto.

Mi chiede se è servito, le rispondo di sì, ma che il dolore non lo freghi mica, che la corsa è diventata libertà solo quando il mio corpo l’ha potuta collegare alla felicità di farlo e basta. Mi dice che anche lei ha iniziato a correre, ma che si è fatta male, che teme di dover rallentare ma non sa fermarsi. Proprio come me.

Camminiamo a breve distanza tutto il giorno. Si sa, quando rincontri te stessa poi non hai voglia di lasciarti. Ha un figlio maschio, come me. Ha avuto una storia subito dopo il suo dolore, durata quattro mesi e di cui ha subito il corto circuito e l’interruzione. Di nuovo, esattamente come me, tempi inclusi.

La sera, a fine escursione, la riaccompagno alla macchina, ma non siamo sole: io ho accanto il mio compagno e guardandola ripenso a me stessa quattro anni fa. La mia prima avventura con le scarpe da trekking, l’acqua fredda di un canyon, una sensazione nuova. Io che mi unisco a una coppia con cui familiarizzo in mezzo al gruppo. Ci somigliamo ancora, sempre di più.

“Non lo so mica…” mi dice prima di andarsene. Quello che non sa è se si innamorerà di nuovo e se qualcuno si innamorerà di lei. Ed è lì che le rispondo un sì, con tutta l’energia che si può usare solo per consolare se stessi, se stessi come si era prima. Le rispondo sì anche se non lo so, anche se forse è un azzardo, ma voglio che ci creda. Le dico che per quanto sia grande il dolore che si vive, c’è una sola certezza: che passa. Che ogni volta che le sembrerà impossibile, si ricordi che è solo un momento. Che pensi che a me ci sono voluti quattro anni per trovare la persona giusta, che non è quella che ho accanto e di cui sono profondamente innamora, ma che ero io stessa, prima di tutto. E che le donne, quando si mettono in cammino come abbiamo fatto entrambe, in qualche modo è perché amano l’orizzonte e nella destinazione ci credono già.

Perché una donna che cerca la soluzione infilandosi un paio di scarpe da trekking, anche se ha perso la strada, il suo sentiero se lo fa.

Penna e scatti di Monia Scarpelli

Foto orologio e quadri cc photo

La colonna sonora per donne fuori traccia?

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