Scarponi e paure ● Donne fuori traccia

Donne che percorrono sentieri nei loro scarponi, zaino in spalla, pensieri in testa. Donne che i sentieri li cambiano appena le incontri.

Allora ci andiamo, è deciso. E l’idea è mia. La destinazione è il Monte Prana che non è esattamente il K2 ma nessuna di noi ha mai fatto 21 km con 900 metri di dislivello. La guida non la conosciamo, ci conosciamo noi e partiamo in compagnia: ognuna con la propria paura.

È settembre inoltrato, un giorno dispari con un tepore ancora tutto estivo. Partiamo colorate, entusiaste, strette strette in una sola auto. L’autista è quello di fiducia, che ci porta ovunque. Vedo dondolare la sua coda di cavallo bionda in maniera impercettibile, mentre sto seduta dietro e le osservo tutte. Loro, le mie “donne in trek”.

Le nostre paure, dicevamo. Paura è femminile e forse anche per questo le donne la conoscono bene. E forse per lo stesso motivo sono brave a sconfiggerla. Nel corso del tempo hanno dovuto prenderci confidenza e diventare dei diplomatici scaltri per trattare e vincere almeno qualche confronto con lei.

Sonia guida determinata e ci fa arrivare a destinazione in anticipo, come sempre. Negli occhi ha la sicurezza di ogni giorno e la paura di oggi: quella dei punti esposti, del vuoto. Terri è da un po’ che non cammina, è abituata alla fatica e a riuscire dove gli altri abbandonano dicendo: «è impossibile!»; ma oggi anche lei prova timore di non farcela. Barbara ha un cielo sulla testa che non è quello di adesso, ma quello della sua ultima escursione. Lo ha dovuto fissare per un po’ quel cielo dopo che si è sentita poco bene e ha dovuto stendersi prima di riprendere il cammino. Occhi per aria, tachicardia e quello che le resta più difficile: farsi aspettare, dedicarsi tempo. Stavolta per forza. Gemma fa cadere uno dei suoi meravigliosi occhi smeraldo e acquamarina sul suo ginocchio, ha con sé la ginocchiera ma le discese le pesano sui pensieri più di quella salita che tutte aspettiamo.

Io le ho portate tutte qui. Tutte amano camminare, hanno gambe e cuore allenati. Ma sono qui con me, per me. È che l’inventario della mia e delle loro paure l’ho fatto solo tempo dopo, perché sono un’incosciente; con incoscienza le amo e sono felice che siano qui con me.

La salita non è una sola, o forse sì. È un serpente che striscia, si solleva un po’ e poi si arrampica a ziga zag sotto il sole. È un animale imponente e dalla schiena sinuosa, verde che poi alza la testa. E l’ultimo tratto, in ascesa fino alla croce sembra mettersi in verticale. Guardo avanti, la cima nascosta dietro una punta coperta di arbusti; ho arbusti anche davanti al mio naso mentre sto piegata in avanti e la schiena del serpente si alza verso di me. Arrivo in cima e faccio quello che ho fatto tutto il tempo, mi guardo indietro. Perché se sono lì ma loro non ci sono, non conta niente quel traguardo. Perché in cima ci arriviamo insieme. E allora arriva Barbara con cui caccio il primo urlo, Gemma che sorride, Sonia che continua a guardare giù, a guardarsi intorno e poi Terri, più lenta ma inarrestabile, come suo solito.

«Le hai convinte tu?» mi chiede la guida mentre scendiamo.

«Non le ho convinte, ho solo chiesto se avevano voglia di accompagnarmi».

«Sei stata brava. Siete state brave tutte».

Al terzo tempo stava tramontando il sole ed eravamo sedute attorno a un tavolo all’aperto, appollaiato sull’angolo del terrazzino di un bar. Dopo 21 km, due arcobaleni, salite e discese, sassi e arbusti. Dopo aver mangiato sulla cima, al sole, sotto la croce. Dopo che Terri aveva sfoderato il suo perfetto set da pranzo a sacco con tanto di coltello in ceramica per tagliare il pane, Barbara sospirato e sorriso perché stava bene, col cuore che trottava sereno e Sonia che parlava incredula con la guida che sarebbe diventata la nostra preferita, ascoltandolo mentre le diceva: «è solo questione di pratica!». Proprio lì, Gemma alzò il boccale di birra chiedendoci di registrare quel brindisi, dedicato a tutte noi, anche a quelle che non erano potute venire quel giorno: rese grazie a un dolore perché se non fosse arrivato, non avrebbe avuto l’occasione di conoscerci. E io ho pianto, come al solito, perché di quello non ho mai paura.

43° 57′ 9.701″ N – 10° 21′ 19.449″ E

Il Prana è il nostro K2 perché è la prima vera vetta da cui ci siamo buttate senza paracadute. Il Prana è dove abbiamo lasciato sperdute le nostre paure di quel giorno dispari di settembre. Loro non hanno saputo ritrovare la strada, noi invece sì.

Penna di Monia Scarpelli

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