La vita che ti corre intorno (mentre corri)

Perché i posti per me non sono mai solo spazi. Sono rughe, mani, pupille, voci e labbra. Perché i posti sono le persone che incontro, quelle che plasmano gli spazi e che dei loro posti, ogni tanto, prendono sembianza.

Domenica mattina. Troppo presto perché ti sia fatto una buona dormita, troppo tardi perché tu possa considerarti “una runner come si deve”, come quando ti allenavi seriamente per un obiettivo. Esci comunque, con l’aria che inizia a farsi fredda e che ti fa da promemoria sulla neve che sta per arrivare. Tiri su i manicotti e inizi la solita trafila di gesti quasi scaramantica: ti soffi il naso, sistemi meglio la fascia sulle orecchie, ti riallacci più stretta la scarpa sinistra; muovi le spalle, il collo e inizi a saltellare come facevi da bambina, tornando da scuola con lo zaino in spalla. Tre, quattro saltelli e poi il destro tocca terra ed è come il colpo di pistola dello starter. Bip del Garmin e partenza lenta.

Le strade del mio quartiere sono quasi vuote, solo qualche coppia incappucciata che si avvicina alla chiesa per la prima messa del mattino. Quando c’è silenzio mi sembra di correre con più efficacia, come se corressi meglio quando posso sentire il rumore dei miei passi sull’asfalto. Viale alberato, curva, rettilineo un po’ triste ma subito dopo c’è Porta San Frediano che mi spalanca davanti il centro. Svolto prima di raggiungerla e imbocco via dell’Orto.

Un uomo con un jack russell al guinzaglio mi passa accanto. Il tipo non mi vede neanche, il jack russell invece mi scodinzola, abbaia e mi salta sulle gambe per pochi istanti, confermando che spopolo tra cani di ogni razza e umani over 65 e under 5. C’è la coda fuori da una pasticceria da cui esce un profumo burroso di brioche calde. Lo stomaco brontola e la bocca sorride. Mentre sto per svoltare su piazza del Carmine incrocio una signora corpulenta con una testa di ricci neri e fitti. È avvolta in un felpone rosa e nello sguardo assonnato del marito che la segue volenteroso.

“Sorry… Ponte Vecchio?”

È il mio destino: dopo anni nel settore ho assunto la tipica espressione da customer service ed essere fermata per avere un’indicazione è un’abitudine, anche quando corro. Il fatto è che io il servizio al cliente lo so anche fare, ma le indicazioni stradali non sono il mio mestiere. Prima o poi riuscirò a smaterializzarmi davanti all’ennesima richiesta oppure farò il sorriso ambiguo dello Stregatto, rispondendo con qualche frase sibillina e senza senso. Stavolta la domanda è facile però, per cui mi fermo e rispondo ansimando come un maniaco al telefono per poi ripartire in fretta.

Sul lungarno mi affianca una bici verde con sopra un nonnino dai baffi bianchi. Ha il cappello, la mascherina abbassata e un sorriso grande al posto della bocca: “Brava, guarda come vai veloce!” mi dice mentre mi supera. E considerato il suo passo mentre pedala, non mi stupisce che mi veda tanto veloce. È sempre questione di sistema di riferimento, dopotutto!

43° 46′ 11.178″ N – 11° 14′ 37.604″ E

Dal Ponte Vecchio do un’occhiata all’Arno e torno indietro dal lungarno Acciaiuoli, che in confronto al suo gemello dirimpettaio appare così liscio e bianco da sembrare una pista da sci. Ci sono due ragazzi e una ragazza infilati in completi da corsa di marca, uno immacolato e in piega da sembrare in esposizione su un manichino. Stanno appoggiati al muro e ridacchiano per qualcosa che gli mostra il display di un cellulare.

Alla pescaia Santa Rosa sono assiepate due famiglie: una di gabbiani rumorosi e una di razza indiscutibilmente umana, con due bambini che urlano al padre di fotografare i gabbiani. Si osservano con reciproca diffidenza, ma i gabbiani sembrano meno interessati.

Attraverso il ponte Vespucci e imbocco il primo tratto della via del ritorno. Giro l’angolo su Borgo San Frediano e per poco non mi stampo su un ragazzo col ciuffo spettinato che sta urlando dentro a un telefono: “Buongiornoooooooo! Si dorme eh, stamani?! Ti ho fatto stancare troppo ieri sera…” tono improvvisamente equivalente a un sussurro: “…amore mio?!”

Proseguo fino a casa, col sole un po’ più alto e i manicotti ancora tirati su. Ho corso troppo poco questo inverno perché quest’aria fredda non mi faccia effetto, ma ho le guance rosse come sempre, il mio solito sorriso da amatore che non vincerà mai una gara, ma che vivrà ogni km con divertimento. Mi avvicino al Boschetto per fare stretching sotto gli alberi e per vedere un altro po’ di quella vita che ti corre intorno a fotogrammi, come quelli dei tuoi passi quando corri.

Penna e scatti di Monia Scarpelli

Foto lungarni cc photo

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